16 Ottobre 2026
LETTERA APERTA AL MONDO DELLA TRASFORMAZIONE CASEARIA DELLA SARDEGNA

Pecorino Romano: basta alimentare la crisi. È il momento della responsabilità e della trasparenza.

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio in quello che sta accadendo sul mercato del Pecorino Romano. Ed è arrivato il momento di dirlo con chiarezza.

La Regione Sardegna ha messo in campo 30 milioni di euro attraverso PR Service per gestire le eccedenze di formaggio e strumenti finanziari, come i minibond, per sostenere la liquidità delle imprese di trasformazione.

Questa volta gli strumenti ci sono. E sono arrivati per tempo. Certo occorre renderli pienamente operativi e utilizzarli con tempestività e responsabilità. E allora perché alcune strutture continuano a vendere il Pecorino Romano a prezzi sempre più bassi, contribuendo a trascinare verso il basso le quotazioni dell’intero comparto?

Davvero possiamo parlare di una crisi di sovrapproduzione quando il prodotto disponibile supera la domanda di mercato, secondo le stime, di circa l’8%, una quantità equivalente indicativamente a un mese di vendite? È uno squilibrio così straordinario da giustificare un crollo delle quotazioni oppure una situazione che può essere affrontata attraverso una corretta programmazione commerciale, un’attenta gestione delle scorte e l’utilizzo degli strumenti finanziari disponibili?

La quasi totalità della produzione del Pecorino Romano è concentrata in Sardegna. Abbiamo quindi la possibilità di conoscere e gestire le quantità disponibili, senza subire passivamente le dinamiche del mercato.

A questo punto la domanda è inevitabile: chi ha interesse a far scendere il prezzo del Pecorino Romano?

Nessuno intende negare le difficoltà che il mercato sta attraversando. Ma siamo di fronte a una reale crisi commerciale, a difficoltà finanziarie di alcune strutture oppure al rischio che qualcuno stia approfittando del clima di incertezza per acquistare domani a prezzi più bassi e rivendere successivamente con maggiori margini?

 

Sono domande serie, che meritano risposte altrettanto serie.

Chiediamo di conoscere quali strutture stanno vendendo a prezzi inferiori alle quotazioni di riferimento, quali quantitativi stanno immettendo sul mercato e per quali ragioni. Non è accettabile che le eventuali difficoltà o convenienze di pochi possano compromettere il lavoro e il reddito di migliaia di allevatori sardi.

Ma oggi serve soprattutto un atto di responsabilità collettiva da parte di tutto il sistema della trasformazione casearia.

Un’assunzione di responsabilità chiara, pubblica e concreta: fermare la corsa ingiustificata al ribasso dei prezzi di vendita, evitare operazioni commerciali dettate dal panico o da esigenze speculative e valorizzare il prodotto attraverso una gestione ordinata delle scorte, nel pieno rispetto delle regole del mercato e della concorrenza.

Perché se gli strumenti finanziari pubblici servono proprio a evitare vendite forzate per mancanza di liquidità, non si comprende per quale motivo si debba continuare a svendere il prodotto.

Non possiamo utilizzare risorse pubbliche per sostenere le imprese e poi assistere impotenti a comportamenti che rischiano di distruggere il valore del Pecorino Romano.

Se esiste una crisi reale, la si dimostri con i numeri. Se esistono difficoltà finanziarie, vengano affrontate con gli strumenti disponibili. Se invece qualcuno sta alimentando una rappresentazione esasperata della crisi per trarne vantaggio, è necessario fare piena luce. La trasformazione casearia sarda ha oggi una responsabilità enorme: difendere il valore del prodotto, la stabilità della filiera e il reddito degli allevatori.

Questa volta non servono nuovi annunci. Servono responsabilità, trasparenza e comportamenti coerenti.

E chi ritiene di dover continuare a vendere il Pecorino Romano a prezzi sempre più bassi abbia almeno il coraggio di spiegare pubblicamente perché, chiarendo quali siano le effettive condizioni commerciali che determinano queste scelte.

Perché il Pecorino Romano appartiene economicamente a un’intera filiera. E nessuno può pensare di scaricare su migliaia di pastori sardi il costo delle proprie difficoltà o delle proprie convenienze commerciali.

 

È arrivato il momento della responsabilità. E soprattutto della verità.

Siamo ancora ampiamente in tempo per invertire la rotta, fermare la spirale dei ribassi e creare le condizioni perché il Pecorino Romano torni a crescere di valore.

La produzione è saldamente concentrata in Sardegna. Abbiamo le quantità, gli strumenti finanziari e la possibilità di gestire con intelligenza il mercato.

E gestire con intelligenza significa anche compiere scelte coerenti e responsabili, a partire dall’utilizzo prioritario del latte prodotto in Sardegna.

Perché c’è una contraddizione che non possiamo ignorare: come possiamo lamentare un eccesso di formaggio prodotto e, contemporaneamente, aver fatto ricorso all’importazione di latte da fuori dall’Isola?

Se avessimo valorizzato pienamente la materia prima già disponibile in Sardegna, probabilmente oggi ci troveremmo davanti a una situazione diversa. Ma questo non è il momento di cercare colpevoli. È il momento di trovare soluzioni.

Se tutta la filiera sceglie responsabilmente di valorizzare il prodotto, nel rispetto delle regole della concorrenza, possiamo riuscirci.

Possiamo reintrodurre la programmazione produttiva, che deve essere rispettata.

Possiamo parlare anche di scelta sulla razza sarda ma senza cercare altrove risposte che mai si potranno avere: non sono le organizzazioni,  ne il ministero, ne l’UE a decidere, ma l’assemblea del consorzio pecorino romano. E se è vero come è vero che la maggior parte del prodotto è in mano alla cooperazione e quindi ai pastori, allora siano tutte le coop in nome dei pastori a chiedere una nuova assemblea per ridiscutere su una scelta già votata dalle stesse persone. Non si cerchino colpevoli da altre parti. Chi ha votato è responsabile delle scelte attualmente in corso. Non altri.

Ma è arrivato anche il momento di fare chiarezza sui comportamenti di quei pochi che, per difficoltà finanziarie o possibili interessi speculativi, rischiano di compromettere un’intera filiera che vale oltre 350 milioni di euro.

Basta parlare nei corridoi. Basta alimentare i social con voci, falsità e allarmismi. Basta nascondersi dietro una crisi che deve ancora essere dimostrata nei suoi reali contorni.

Chi conosce comportamenti commerciali scorretti, operazioni speculative o manovre finalizzate a deprimere artificialmente le quotazioni abbia il coraggio e la responsabilità di segnalarli, con fatti e documenti, alle sedi competenti.

 

Non si può continuare a chiedere sacrifici agli allevatori, mentre qualcuno potrebbe trarre vantaggio dall’indebolimento del mercato.

È il momento di uscire dall’ambiguità, fare nomi quando esistono prove, mettere sul tavolo numeri e responsabilità.

Questo è un appello all’unità. Quell’unità che abbiamo chiesto con forza il 13 ottobre a Oristano, durante l’incontro di filiera.

È un appello rivolto soprattutto alla stragrande maggioranza delle strutture di trasformazione che hanno davvero a cuore il futuro della zootecnia sarda, dal latte fino al Pecorino Romano.

Chi crede nel valore del Pecorino Romano, chi ha investito nella qualità, chi lavora ogni giorno per garantire un futuro agli allevatori e alle imprese di trasformazione, oggi deve assumersi la responsabilità di non lasciare campo libero a comportamenti che danneggiano tutti.

La filiera ovicaprina sarda è sana. Non può essere trascinata in una crisi da chi potrebbe avere interesse ad alimentarla.

E chi, con comportamenti scorretti accertati, tenta di comprometterne la stabilità va isolato, non lasciato fare.

La Sardegna ha oggi tutti gli strumenti per difendere e valorizzare il proprio prodotto. Quello che serve non sono altri soldi, ma responsabilità, coraggio e verità.

E chi sa, questa volta, ha il dovere di parlare.

Cagliari, 16 ottobre 2026